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lunedì, 21 luglio 2008
Giovedì: è il penultimo giorno di una settimana di lavoro quotidiano e intensissimo, diurno e notturno (mai andato a letto prima delle 3): ho saltato la settimana centrale delle tre per la varicella ma i miei colleghi se le sono sciroppate tutte e sono sullo scoppiato andante.
Io sto impaginando un fascicolo che raccoglie i lavori prodotti e verrà distribuito alle autorità presenti all'inaugurazione della mostra conclusiva di sabato mattina: il mega-presidente intergalattico della ditta che ha sponsorizzato, il direttore della banca che ha scucito parte dei soldi, due sindaci, la rappresentante di un grosso ente pubblico coinvolto nella faccenda.
La responsabilità è grossa, la faccenda importante, l'agio di lavorare con uno seduto dietro di te che non ne capisce nulla di computer e ogni 32'' (in media) ti chiede "Hai fatto?" è grande come quello di fare una corsetta con una mandola nelle mutande.
"Dobbiamo pensare ad un'immagine per la copertina!", si esclama da una parte. Si valuta tutto il materiale a disposizione ma poi la soluzione più consona pare la classicissima foto di gruppo: forse banale ma - vi assicuro - una buona idea visto il tipo di lavoro che stavamo portando avanti.
Se però tiri avanti da tre settimane con i ritmi di cui sopra e chi sta eseguendo materialmente i lavori è un gruppo di 45 persone, molte delle quali dormono un massimo di due ore per notte ormai da tempo immemore, scattare una foto di gruppo con tutti presenti e in posa appare impresa ardua come non mai per il semplice motivo che, a qualunque ora si decida di raggrupparsi, ci sarà immancabilmente qualcuno assente perché sarà andato a riposare.
Sono le 12, faccio un giro nel corridoio attorno al chiostro, guardo i presenti e penso a chi manca, corro dalla mia collega e dichiaro: "È il momento giusto! Adunata in chiostro vicino al pozzo. Mollate tutti i computer e prendiamoci 5 minuti per la foto". Voce dal fondo: "Ma manca B***". Io li convinco, apparendo cinico (ma già avendo elaborato il piano B): "Non importa, non saremo mai tutti e ora manca solo lui e c'è la luce giusta. Andiamo." Di lì a poco, le foto sono scattate e se ne sceglie una venuta meglio delle altre.
Alle 15 B*** riemerge dalle braccia di Morfeo. "Scendi giù in chiostro: devo farti una foto prima che la luce cambi del tutto". Lui, inconsapevole, obbedisce e io gli spiego brevemente.
Dopo di che un po' di pazienza e qualche tocco di Photoshop e il gruppo è ricomposto: nessuno che non sapesse, si accorgerebbe della mistificazione, anche se l'ombra di B*** nella foto è un po' stortignaccola.
Ancora un po' di lavoro e il fascicolo è pronto, aperto dalla bellissima foto in copertina.
Più tardi la mia collega: "Bella l'idea del fotomontaggio! Come ti è venuta?"
Qui ho avuto l'unico momento di imbarazzo. "Beh... così..."
Come avrei potuto spiegarle di aver pensato che, se TV Sorrisi e Canzoni l'ha fatto per anni con la Oxa nelle copertine con la foto dei cantanti che partecipavano al Festival di Sanremo (in cui lei veniva maldestramente aggiunta in un secondo momento perché evidentemente - stronzissima - non si presentava all'appuntamento), avremmo tranquillamente potuto farlo anche noi?
domenica, 13 luglio 2008
Curioso: nelle ultime due settimane è già successo già tre volte. Una media significativamente più alta rispetto a qualche anno fa.
Ciao Timpa! Ti chiamavo perché volevo chiederti un consiglio. Devo cambiare computer e stavo valutando l'acquisto di un Mac. ... Tu che pensi? ... Non so, mi spaventa un po' perché non vorrei trovarmi spiazzato dal cambio di sistema operativo... E poi coi programmi per Windows come si fa? ... Tu che mi consigli? ...
Lo dico - e lo scrivo pure, così rimane ad "imperitura" memoria - una volta per tutte.
State ponendo questa domanda a uno che:
- solo perché gliel'avete fatta, è già contento/orgoglioso/soddisfatto/lusingato manco potesse ricavarne qualcosa in maniera diretta;
- mentre cerca di rispondere in maniera "obiettiva" si asperge di acqua (del rubinetto) per tentare di non essere posseduto da Steve e Jonathan ( ... e non ci riesce!);
- sogghigna soddisfatto perché può incoraggiare uno "switch" ( e io ho sempre trovato gli "switch" così divertenti!);
- cercherà di farvi capire che un Mac lo si sceglie perché ci se ne innamora e, come in tutti i rapporti amorosi, qualcosa può anche non funzionare ma il sentimento ha spesso la meglio sulla ragione;
- si sente come se potesse collaborare seriamente all'estinzione di certi buffi personaggi;
- se state chiedendo proprio a lui, tutto sommato avete già preso una decisione e volete solo capire qual è il prodotto che più adatto a voi;
- durante una domenica un po' annoiata, è in grado di scrivere un intero post inutile attingendo i link da un altro sito che conosce molto bene.
Se può servire a mia "discolpa", le tre (lunghe) telefonate si sono concluse immancabilmente con un autodafè: ... però io non sono obiettivo!
venerdì, 11 luglio 2008
Mi sto impelagando in un'impresa ardua: raccontare degli aneddoti accaduti a me, l'uomo che dimentica la qualunque, e M***, la donna che ricorda pure troppo. Però voglio vivere pericolosamente e ci provo lo stesso. Poi me la vedo io con lei ma se non avrete più mie notizie, saprete chi andare a cercare.
Nei nostri tre anni ( già non mi ricordo se sono stati tre o quattro, cazzo!) di convivenza, prima entravo io.
Si iniziava brandendo il regola barba e, nell'ordine, a cadere erano: i capelli (che a quei tempi portavo rasati), i peli in più del pizzo (che tornava "in forma" senza derive orizzontali), - in estate - qualche altro pelo qui e là che veniva accorciato (è in queste occasioni che ho verificato visibili asimmetrie della già di per sé strana distribuzione pilifera sul mio corpo). Poi si passava al rasoio e al gel per completare l'opera su alcune zone. Per finire, una doccia e via: come nuovo, tutto pulito e in ordine. Tempo dell'operazione: da 30 a 40 minuti.
Dopo di che era il suo turno. Non saprei di preciso che facesse e quale fosse la successione ma posso immaginare per grandi linee. So di certo che ogni tanto mi chiamava perché le rimaneva attaccata una striscia di cera in un posto da cui non sapeva rimuoverla perché avrebbe dovuto essere una contorsionista nerboruta e masochista per riuscirci. Allora arrivavo io e... STRAP! Non avete idea di quanto sia divertente... Pure lei non ci metteva molto, direi che in un'oretta al massimo era fuori.
In genere tutto questo accadeva di venerdì mattina. Nel mio caso tutti i venerdì, nel suo non a scadenza settimanale - è facile capire perché -.
Così avevamo ribattezzato il venerdì il "Pelo's day"©.
C'è stata anche una divertente parentesi in cui abbiamo messo su una specie di impresa no-profit. M*** aveva comprato uno strumentino semiprofessionale per scaldare la ceretta (un diabolico oggetto simile ad uno scalda-biberon elettrico che scioglieva il contenuto di cartucce che avevano in cima un rullo che facilitava l'applicazione della cera alla giusta temperatura) e quindi buona parte dei miei amici passarono sotto le nostre grinfie: chi le spalle, chi la schiena intera, chi solo i pochi peli sui tricipiti, ad ogni modo immancabilmente lei spalmava e io strappavo. Divertentissimo! E pare che fossimo pure bravi, lei paziente e "alla giusta temperatura", io preciso e "in direzione opposta al verso di crescita".
Perché mi è tornato in mente il "Pelo's day"©?
Innanzitutto perché oggi è venerdì e io, che sono un abitudinario che si crogiola nelle sue consuetudini, anche se non vivo più con M***, non manco l'appuntamento settimanale.
Poi perché quello di oggi, che segue due settimane di forzata incuria dovuta al proliferare di bolle dappertutto, sarà uno "Special Pelo's day"©: una sorta di rito di purificazione trascendentale.
Soprattutto perché, quando sono un po' giù, mi da sollievo pensare alle cose piacevoli vissute con le persone con cui ci si vuole davvero bene. Fosse pure un banale "Pelo's day"©.
Qualche giorno fa.
Timpa: Allora, vuoi proprio che lo dica io?!
X: Non so... dici di averlo capito... forse è meglio...
T: Mi sembra di intuire che tu mi voglia dire che sei sieropositivo.
X: Sì... hai ragione.
T: Bene. Allora?!
X: Che vuoi dire?
T: Non capisco perché hai aspettato tanto per dirmelo? Tutto sommato ci siamo frequentati per un anno?
X: Perché avevo paura che non lo accettassi.
T: Visto che ti ho raccontato di avere avuto due relazioni, una delle quali lunga, con ragazzi sieropositivi e che, proprio per facilitare ogni cosa per quanto mi fosse possibile, ho portato la discussione sull'argomento due o tre volte, una delle quali proprio all'inizio del rapporto, mi spieghi in virtù di cosa avrei potuto avere problemi ad accettare questa notizia?
X: Non so, era una mia sensazione.
T: Sì, ed era l'ennesima sbagliata su di me. È tutto qui?
X: Non capisco come mai tu non sia arrabbiato.
T: Non sono arrabbiato, non ho motivo per esserlo. Però sono molto sorpreso da quanto poco tu mi conosca.
Qualche ora fa.
Timpa: Allora domani ci vediamo? Ne ho proprio voglia!
Y: Sì, fa piacere anche a me.
T: A che ora pensi di arrivare.
Y: O parto subito dopo il lavoro o arrivo più tardi ma ho paura delle code.
T: Alle 19.30 circa ci sarebbe l'aperitivo dalla mia collega ma se arrivi più tardi non c'è problema.
Y: Ti posso chiedere una cosa prima.
T: Certo.
Y: Sei sicuro di non essere più infettivo?
T: Beh, te l'ho detto: ieri mattina il medico mi ha assicurato che non lo sono più.
Y: No, è solo per essere sicuri...
T: Senti, se ti può tranquillizzare domani lo richiamo e glielo richiedo. Ma a rigor di logica, se ieri mi ha detto che non sono più infettivo, non capisco perché domani dovrebbe rispondermi il contrario.
Y: No, è che forse sono un po' paranoico.
T: Sì, ho capito, sei un po' "ipo".
Y: "Ipo" che?
T: Ipocondriaco.
Y: Ma no! È che non voglio rischiare di avere problemi.
T: Sì, sì. Posso capire.
Y: Poi è la varicella, mica un influenza.
T: Mi ricordo molto bene la differenza, come se l'avessi avuta solo qualche giorno fa.
Y: Non è che te la sei presa?! Io ho voglia di vederti.
T: No. Ma facciamo così: se ti senti tranquillo vieni, altrimenti stai lì e ci vediamo il prossimo week-end e non muore nessuno.
Y: Beh, ci penso. Forse sarà meglio rimandare.
Ognuno ha i propri criteri di valutazione. Anche in merito ai virus.
lunedì, 07 luglio 2008
L'altro giorno ho rivisto ancora questo spot ed è stato un piacere. Fin dalla prima volta, infatti, mi ha colpito, quanto e più dell' altro - se pur interessante - della stessa compagnia: la colonna sonora è davvero molto bella; l'ambientazione, moderatamente Syxties, molto elegante senza essere patinata; la fotografia morbida, calda e per nulla tecnologica; lei che, più affascinante del solito, interpreta un personaggio a cui non siamo abituati. Sì, sì: mi piace davvero tanto!
Qualche giorno fa sono salito in macchina, ho percorso 180 chilometri, ho chiarito una situazione, sono risalito in macchina, ho percorso gli stessi 180 chilometri in direzione opposta e sono rientrato a notte inoltrata. Non mi pento neppure di un singolo istante di questa mia serata itinerante e ho avuto ragione di viverla: la persona che ho incontrato merita il rispetto che solo parlare guardandosi negli occhi può tributare e credo che, se la situazione è stata discussa e chiarita così civilmente, lo dobbiamo al rispetto che ci portiamo e che continueremo a portarci.
Oggi potrei scrivere milioni di righe e milioni di post ma non saprei da dove iniziare. La famosa lettera non è mai arrivata ma il contenuto è stato svelato. L' accordo di tonica è stato suonato, lasciandomi addolorato e disperato quanto sereno e speranzoso.
So che però ci saremmo dovuti tributare il rispetto di un'esecuzione dal vivo anziché attraverso la suoneria di un cellulare.
sabato, 05 luglio 2008
Pride & coming out
Andando a Bologna dicevo a D*** di esser sicuro che ci sarebbero stati molti dei blogger che seguo: avevo anche letto di un paio di tentativi di pre-raduno a cui non sarei mai riuscito ad arrivare. Ad ogni modo non sapevo se avvicinarne alcuni, qualora li avessi riconosciuti, perché per certi versi mi diverte questa cosa di avere solo uno pseudonimo.
Ad un certo punto della parata, D*** mi fa: "Guarda là: Larvotto!" Lì ho deciso che questa cosa dell'anonimato è divertente ma può avere delle limitazioni: non era il caso di farsi sfuggire l'occasione di conoscere una vera "blog-star". Mi sono avvicinato e l'ho toccato per richiamare la sua attenzione con una strana sensazione: avevo visto le sue foto ma dare una consistenza fisica alle immagini e una "misura" alla persona (quanto è alto? Quanto è largo? Quanto spazio occupa?) è un'altra cosa. Lui si è rivelato simpatico e caciarone quanto nel suo blog: in tre minuti mi ha presentato una scarica di amici, buona parte dei quali altri blogger, che conoscevo o meno, da far girare la testa. Non mi ricordo un viso né un nome ma è divertente presentarsi dicendo, letteralmente: "Piacere: sono Timpa."
Più tardi, schifosamente sudato e mediamente dinoccolato, ho ritentato un approccio che avevo già provato in un'occasione analoga. Ho visto un tipo, ho creduto di riconoscerlo, l'ho osservato bene per essere più sicuro e poi gli sono andato vicino per dirgli: "Porta pazienza: ora io ti faccio una domanda e se non capisci di cosa io stia parlando non ti preoccupare, non sono matto. Sei Une Belle Histoire?" Fortunatamente questa volta ci ho beccato ( la volta precedente il tipo mi aveva risposto di non capire e io avevo cercato di farmi riassorbire dalla terra alla svelta) e ho scambiato quattro chiacchiere con un sorpreso blogger che evidentemente non s'è reso conto che la cosa gli è sfuggita di mano: mi spiace, sei già diventato anche tu una blog-star!
Pride & pride
E*** ha frequentato un corso in cui io facevo il tutor. Una notte di qualche mese fa ci siamo ritrovati vicini a far la coda al guardaroba di un purgatorio danzereccio, ci siamo salutati e presentati "informalmente": lui ne ha approfittato per dirmi che aveva sentito parlare bene di me e, quando gli ho chiesto se dal punto di vista umano o professionale, mi ha risposto, arrossendo un po', "Entrambi". Da allora, tutte le volte che ci incrociamo, ci salutiamo e, se riusciamo, scambiamo due battute, anche se lui si ostina a salutarmi con un "ciao" nei locali e con un "buongiorno" all'università.
Avevo appena iniziato a ballare e ho incrociato il suo sguardo allora mi sono diretto verso di lui.
Timpa: "Ciao E***!"
E***: "Ciao!"
T: "Ti stai divertendo?"
E***: "Sì, la musica è bella."
T.: "Hai ragione. Sembri fresco e riposato: appena arrivato?"
E***: "Sì."
T: "Ah, non c'eri alla parata?"
E***: "No: le pagliacciate le lascio agli altri."
T: "Hai ragione: lasciale a quelli come me."
E***: "No... cioè... io non intendevo..."
T: "Allora divertiti: buona serata!"
Non intendevo metterlo in imbarazzo, volevo solo fare una battuta ma tutto sommato sono contento della stoccata involontariamente inferta: raramente mi sono sentito più "pedagogo". Chissà che l'anno prossimo non decida di arrivare prima e di non perdersi anche la pagliacciata.
Love & Pride*
Tenendo fede al proposito di non fare tardissimo e quasi costretti dal mio mal di schiena che, dopo un giorno del genere, mi stava ormai implorando di mettermela via, io e D*** abbiamo repentinamente abbandonato il "ballo" in piena notte, come due novelle Cenerentole ( che però si sono mangiate la zucca, i topini, la scarpetta e la fatina prima di concludere con il panino salsiccia e peperoni che mi ha accompagnato alla macchina... Burp! ... Scusate!).
Inaspettatamente, dopo un po' che percorrevamo l'autostrada, ci siamo scoperti molto più svegli che sulla pista perché ci era salito tutto l'entusiasmo della giornata. Resi più sciolti del solito dalle esperienze fino ad allora incamerate, ci siamo lasciati andare in discorsi e confessioni. Normalmente siamo due cocci di legno ma è estasiante che ogni tanto riusciamo ancora a dirci quanto sia bello e importante per entrambi condividere certe esperienze con l'altro.
Arrivato a casa, ho bevuto qualcosa, mi sono fatto una doccia, sono entrato in camera e mi sono infilato a letto cercando di far più piano possibile: M*** ma non s'è accorto di nulla. Io invece, già dal mio pregustare per strada l'idea di ritrovarmelo lì, mi sono accorto di quanto fossi felice all'idea che dormisse a casa mia.
*Lo so: la citazione è molto dotta ma, sapete, qui si mastica pane e cultura... e poi si inghiotte solo il pane.
venerdì, 04 luglio 2008
Sabato scorso c'ero anch'io al Bologna Pride. Da qualche giorno avrei voluto scriverne ma non sono riuscito a riorganizzare le idee, prima perché avevo altro a cui pensare, ora perché sono troppo impegnato a far finta di non grattarmi. Siccome però sto morendo di noia e forse concentrarmi su qualcosa che non siano le mie pustole potrebbe farmi bene, ho deciso di intraprendere la scrittura di questo post procedendo random: almeno mi tengo impegnato.
Pride & music
Togliamoci subito il dente e parliamone. Era una festa e quindi era necessaria la musica ma devo dire che la selezione mi ha un po' deluso. In fondo al corteo, troppo techno/antagonisti/sfasciati/ossessivi, lungo il percorso troppi buchi sonori e troppe ovvietà ( io capisco che fare una sfilata del Pride senza la Carrà sarebbe come fare la cena della vigilia di Natale senza invitare la sorella sola di mamma, ma anche un solo tir sarebbe bastato).
Inoltre ho avuto la definitiva conferma: è stato ufficialmente decretato che l'ultimo "prodotto" della vecchia zia - almeno fino al plurismentito divorzio - non piace proprio. Sebbene si sentisse qualunque pezzo della sua discografia, l'unica dell'album che io abbia percepito è stata sempre ed esclusivamente la solita. Chi glielo dice ora a quella che manco al Gay Pride nazionale?!?
Sempre in argomento, da rilevare la mia assoluta impreparazione, in piena notte, a rispondere alla domanda inattesa e diretta postami nella sudata calca che ci circondava da un ragazzetto palesemente lì in cerca di altro piuttosto della rivendicazione dei sui diritti: "Ahò! Ando stà 'a techno?!?" Ho abbozzato un: "Qui!" e lui mi ha risposto schifato: "E che è techno questa?!?" Allora mi sono corretto con un: "Di là!" Era effettivamente tanto disposto a credere a chiunque da girarsi e andare nell'altra sala speranzoso.
Pride & shopping
Prendi due amici che non vivono a Bologna e hanno appena concluso il percorso, che sono accaldati e anelano aria condizionata, che si spostano in fondo alla piazza del raduno per raggiungere i servizi igienici e cercano di connettere sul proseguio della serata, che aspettano l'arrivo di tutti gli altri e l'inizio dei discorsi e mostra loro il miraggio di un enorme e accogliente negozio poco lontano che promette una temperatura gelida e tanto assortimento: che succederà?
Che dopo un quarto d'ora usciranno entrambi orgogliosi dallo stesso negozio, ciascuno con la sua sportina, dopo aver strisciato ognuno la propria banda magnetica - per una cifra irrisoria, c'è da dire - e si diranno reciprocamente: "Sei proprio una finocchia! Negli unici dieci minuti di pausa di un Pride far shopping!?!". Poi si metteranno a ridere contenti.
Pride & the City
A me Bologna piace: è una città dal clima impervio, specie d'estate, ma sempre accogliente e che mi mette il sorriso addosso. Peccato non l'abbia vista durante il luuungo svolgersi della sfilata. Abbiamo percorso buona parte dei viali che circondano il centro storico cittadino, raggiungendo così i seguenti risultati: aver debitamente rotto i coglioni ai bolognesi che solo su quella strada normalmente riescono a trarre un po' di respiro dal ginepraio di vicoli, ZTL e Sirio del centro (che invece a piedi sarebbe stato perfetto); non aver avuto che pochi contatti visivi con la popolazione a passeggio per la città (ammesso che a quell'ora e con quel caldo ce ne fosse). Mi chiedo il senso di tale percorso. Sarebbe stato più visibile, a questo punto, imboccare l'A14 in direzione Ravenna.
Però la signora anziana che sventolava la manina dal suo balcone e sorrideva nei suoi abiti sgargianti per me ripaga dell'assenza di tutti gli altri: è lei la mia personalissima regina del Pride. Seguita a ruota dai benefattori, non meglio identificati, che gettavano rinfrescanti secchiate d'acqua dal loro balcone: si apprezza in particolar modo la scelta di rinunciare all'opzione olio bollente ( che in questo periodo di vintage sui diritti umani appariva praticabile).
Pride & outfit
È stata una manifestazione contraddistinta dall'assenza di eccessi nei look. Io mancavo da un Pride da alcuni anni e non so se è il nuovo corso, ma davvero c'erano molte poche eccentricità. Però ancora di più mi ha colpito una certa omologazione con gruppi etero-genei. Pensavo già questo durante la sfilata ( del resto alla frocizzazione del look del giovane etero beota medio che ormai ci supera e ci doppia in questo, mi sono tristemente abituato) ma ne ho avuto una conferma recandomi alla festa. Quest'anno il comune di Bologna ha ospitato in due aree diverse e confinanti dello stesso Parco Nord la festa conclusiva del Gay Pride e quella del Gods of Metal. Recandomi in macchina alla festa, osservavo la folla per capire dove fermarmi e dove fosse l'ingresso. Non voglio generalizzare né estremizzare ma in alcuni casi - non tutti, intendiamoci - non avrei saputo distinguere i partecipanti all'una o all'altra manifestazione.
Lo riferisco come semplice dato di fatto e vi assicuro che il mio gaydar era bello attivo, le lenti a contatto ben umettate e le cataratte al loro posto.
Pride & the litte (sad) world
Con epicentro il capoluogo emiliano, conto due semi-storie. ( Se vi dovessi spiegare perché "semi", faremmo notte: fidatevi!) Recandomi a Bologna, mi chiedevo se avrei rivisto i comprotagonisti delle stesse.
A metà percorso, fermo a guardare su un marciapiede, appare V***: ci guardiamo, ci riconosciamo, ci salutiamo e abbracciamo. Lui è schifosamente sempre uguale, solo un po' più brizzolato ( e mica solo io!?!). Ci siamo frequentati pochi mesi di una torrida estate che abbiamo trascorso a fornicare di continuo in tre: io, lui e il ventilatore a cui chiedevamo refrigerio, senza per altro collaborare al suo arduo compito. Lo trovo una delle persone più trasparenti e positive che abbia mai avuto la fortuna di frequentare: rivederlo mi ha lasciato la stessa sensazione di sorridente leggerezza di ogni nostro incontro. E poi è sempre piacevole constatare che, tu puoi anche cambiare un po', ma certa gente non cambia i suoi gusti.
Quasi a fine percorso, rivedo su un camion la stessa faccia e verifico che è proprio F***, lì dove non mi sarei aspettato di trovarlo. Gli vado sotto, aspetto che mi veda, lo saluto, lui si illumina e mi chiede se sono da solo: io sono con D*** e T*** che non ho voglia di lasciare da soli per salire con lui, come mi invita a fare. Il suo sguardo si appanna e ci perdiamo di vista con l'andare avanti del mezzo. Ecco, l'esatto contrario di V***! Speriamo ne venga fuori, prima o poi, ma non dalla storia con me, ma da quella con se stesso.
Per i miei gusti, l'amarcord si sarebbe potuto concludere lì. Ritengo del tutto superfluo quindi - tanto avevo già abbondantemente verificato in passato che il mondo è piccolo - che entrato con D*** nel ristorante in cui F*** mi ha portato la prima volta (in quella sera che ho ribattezzato de "la sventurata rispose" - e la sventurata in questione quella volta fui io -), F*** stesso fosse lì seduto con il suo ragazzo, che tutti ci salutassimo con cordialità e che poi il cameriere, orientale d.o.c. quanto mia nonna, ci facesse accomodare l'uno nel raggio visivo dell'altro. L'attesa di una barca di sushi più lunga che io ricordi!
Giuro: sì, sul momento ci sono rimasto male ma poi mi sono detto che era una sciocchezza.
Quei due bastardelli stavano lì, impertinenti e incuranti, come se ci fossero sempre stati, come se avessero tutto il diritto di essere in quel posto. Nell'inattesa chiarezza con cui mi si sono svelati l'altra mattina stava tutta la naturalezza della loro essenza e per un attimo ci siamo guardati, io pensando "E voi?!? Che ci fate lì? Chi vi ha chiamati?!?", loro a rispondermi un po' annoiati "Embé!?! Perché? Che c'è di strano?!?"
Eppure - a pensarci bene - hanno tutto il diritto di esserci anche se, come succede sempre con quelli delle loro specie, te ne accorgi una mattina, senza preavviso, e li trovi già belli cresciuti e pasciuti, più vigorosi dei loro colleghi e per nulla vogliosi di nascondersi. Poi due assieme, manco uno!
Forse è più questo che sulle prime ti spiazza: il fatto compiuto, spiattellato davanti agli occhi, senza avvisaglia di sorta che ne avesse preannunciato l'avvento.
Però - posso giurarlo - mi sta bene: in testa i capelli bianchi ci sono già da un po', nella barba qualcuno è arrivato più di recente e, dovevo aspettarmelo, ora è il turno dei primi due stramaledetti peli bianchi sul torace.
D'accordo: ci può stare. Posso farcela!
Posso farcela anche se la successiva scoperta del primo pelo bianco fra i baffi è stato un colpo altrettanto basso, tanto più difficile da incassare così ravvicinato alla precedente scoperta.
Ripeto: ce la posso fare. Tutto sommato l'età è quella giusta: ho amici che hanno iniziato anche prima.
Diciamo che contribuiranno ad accrescere il fascino dei "mid-thirties".
Sì, dai: consoliamoci così...
Però l'incoerenza mi ha sempre dato fastidio!
Allora - consentitemi e perdonatemi - ma mi incazzo!
Mi incazzo perché mi sorge spontanea e accorata una domanda: se ho l'età giusta per avere più di un capello e i primi peli del corpo bianchi, non è un po' tardi per certe cose?!?!
Tutto assieme stona: un po' di coerenza, diamine!
lunedì, 23 giugno 2008
Un neo, una piccola scoperta. Sul braccio. Grande, un po' informe, piatto e appena più scuro della pelle.
L'ho osservato per un po', sorpreso come se fosse il più esotico dei ritrovamenti, soffermandomici su con gli occhi, chiedendomi come avessi potuto non scovarlo prima, cercando di memorizzarne la forma, il colore, la posizione come se, per qualche motivo, non potessi avere occasione di rivederlo.
Una costellazione di piccoli nei. No, non una costellazione ma una riga di quattro puntini scuri, molto più dell'altro, di dimensioni diverse: i due estremi sono così piccoli che ho dovuto spostarmi a favore di luce per capire che davvero erano dei segni sulla pelle e non delle macchioline o solo un'ombra. Spiccano, impertinenti eppure simpatici, sulla pelle chiarissima in quel punto, lì dove non pretendo di essere l'unico ad averi visti ma dove di certo non v'è un frequente passaggio di sguardi.
Pensavo fossero bianchi, invece ho dovuto ricredermi: sono biondi. Pochi grossi peli biondi, confusi sotto il mento, nella rada ma vigorosa macchia del pizzetto. A guardar meglio non sono gli unici: in giro per il volto, confusi fra i loro colleghi più scuri, ce ne sono altri ma si vedono meno perché altrove non sono lasciati crescere, fanno capolino solo per l'incuria di una rasatura non quotidiana. Sono in buona percentuale, sebbene si vedano poco, e sembrano concentrati in alcune zone, come a proteggersi dall'attacco prevalente della peluria scura.
Alteri e spavaldi, qui e là ce ne sono altri - pochissimi, in verità - rossi, color carota, brillantissimi: sono così rari che con un po' di pazienza si potrebbero contare.
Chissà che prima o poi non abbia voglia di farlo, nel godermi lo spettacolo di quel volto che, proprio in questi dettagli, denuncia il fortunato incontro di diversità genetiche che l'ha generato.
Un osso, lì dove so che c'è n'è uno ma dove non mi aspettavo emergesse così. Invece, nella levigata superficie della spalla, morbida per i muscoli rilassati, mobile appena per il respiro lento di chi dorme, l'ho notato e mi sono soffermato a guardarlo. Mi ha incuriosito, l'ho osservato nell'ingannare il tempo della mia veglia mattutina: è stata una scoperta straordinariamente interessante, che per un po' mi ha distolto dall'esplorazione di tutto il resto che rimaneva scoperto dal lenzuolo che io, per il caldo, non sopportavo più.
Incredulo di tanta bellezza e incapace di resistere all'esplorazione - un po' San Tommaso, un po' Cristoforo Colombo - non ho resistito e ho toccato quella sporgenza, cercando d'essere "impalpabile" per non svegliarlo.
Per la verità ho capito che ha il sonno pesante: persino quando, reso riluttante dalla calura di queste notti, ho ritratto il braccio che era rimasto imprigionato dal suo peso dopo l'abbraccio in cui ci siamo addormentati, non s'è svegliato.
È tutta la mattina che canticchio una strofa di una canzone bellissima.
"È inutile tentare di dimenticare
per molto tempo ancora nella vita tua
dovrai cercare
dettagli così piccoli che tu
non sei ancora in grado di capire
ma che comunque contano per dire
chi siamo noi.
Se vedi un'altra donna camminare
nella tua via
e ti ricordi quando c'ero io
la colpa è sua
il ritmo bilanciato dei suoi passi
sono ritagli di dettagli
se no perché
ti stai immediatamente ricordando
proprio di me?
E se farai l'amore con qualcuno
fallo tacendo
perché se dici a un'altra il nome mio
ti stai sbagliando
non tutti hanno piacere di sentire
parlare di qualcuno che non c'è
sono dettagli che fanno capire
che pensi a me."
(Ornella Vanoni, Dettagli)
Mi piacerebbe poterla interrompere su quei versi.
venerdì, 20 giugno 2008
Qualche giorno fa la mia "capa" ha ricevuto una richiesta da un collega al quale, per un breve periodo, serve un collaboratore in un lavoro impegnativo, per il quale, essendo egli stesso impossibilitato a presiedere con continuità, ha bisogno di qualcuno a cui affidare con fiducia buona parte della responsabilità.
La mia "capa" gli ha fatto il mio nome, poi mi ha chiesto se ero interessato ( N.B.: "poi mi ha chiesto se ero interessato"), quindi sono stato "concesso in comodato d'uso" e infine ci siamo sentiti con il mio nuovo "capo" a termine.
L'esperienza si profila come degna di essere incasellata, all'indomani della sua conclusione, nella categoria: "interessante ma una sfacchinata micidiale".
Ho saputo che fra di loro è avvenuto grosso modo il seguente scambio di battute:
Capo: Ma Timpa è uno buono?
Capa: Ottimo!
Capo: Quindi mi troverò bene?
Capa: Di sicuro. Anzi, il problema è che dopo averlo provato non si riesce più a farne a meno.
Capo: Addirittura...!
Capa: Sì. Quindi attento a non cercare di portarmelo via!
Di per sé, posso dedurre che si parla di me in termini lusinghieri.
Allora, perché se ci ripenso mi sento coinvolto nella tratta degli schiavi o, in alternativa, trattato come un Magnum o - per dirla fino in fondo - come qualche altro oggetto in grado di procurare sollievo?
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