timpa

 versione 2.0

in dinamico equilibrio fra gravità frivola e leggerezza pensosa

 



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martedì, 23 giugno 2009
 

La sindrome dell'anguria

Domenica pomeriggio, facendo dell'altro, tenevo la tv accesa su un imperdibile appuntamento di tutte le estati (sì, pare che domenica fosse il primo giorno d'estate, almeno per il palinsesto televisivo): l'ennesima replica di "Poveri ma belli", film che rientra appieno nella categoria che io e mia sorella avevamo appellato come i "classici".

Digressione
Definizione di "classico": film che rivedi parecchie volte perché periodicamente ed immancabilmente lo trasmettono in televisione ma che, per la verità, cominci a seguire sempre da un imprecisato momento della storia e, con buona probabilità, non vedrai mai finire perché avrai dell'altro da fare quindi, di fatto, non hai mai visto davvero per intero sebbene tu conosca perfettamente la trama e ricordi a memoria alcune battute.
Sì, lo so: io e mia sorella siamo bravi ad escogitare definizioni stringate.
Fine digressione

Ritrovato "Poveri ma belli", lo tengo lì come un sottofondo, prestando scarsissima attenzione alla storia e agli scambi di battute, ma ogni tanto mi soffermo inevitabilmente a notare come l'Italia raccontata dalla sceneggiatura mi sembri non esistere più: molte situazioni non farebbero più ridere nessuno, quella Roma non c'è più, non esiste quell'economia, quel costume e molto altro, quasi tutto.
Pensavo queste cose – lo ammetto – con un po' di superiorità e una punta di supponenza fino a quando Marisa Allasio non ha recitato una battuta illuminante.

Antefatto
Qualche tempo fa, chiacchieravo amabilmente con un affascinante "non-più-sconosciuto-da-poco" e intanto constatavo che, con l'andare dei minuti, la reciproca distanza delle nostre posizioni fisiche si stava accorciando, seguendo una "misteriosa" – Ssseeeeé! Ma chi cce crede?!? – forza di attrazione. Ben presto, siamo arrivati ad essere tanto vicini che appariva "inevitabile" – ancora insisti?!? – un contatto, che di fatto è avvenuto, suggellando che l'attrazione di cui eravamo "vittime" – e mmò te stai a fa' pesante co' 'ste busgie! - era effetto di un reciproco interesse. Dunque, la discussione è continuata per un po', intervallata da saltuarie e ben accette pause in cui impegnavamo altrimenti le labbra.
Giunti all'ora di separarci, ho percepito una lieve stonatura nella partitura di quella sera, qualcosa di dissonante, che solo più tardi sono riuscito a comprendere appieno. Il mio bell'interlocutore ha cercato un'occasione e un luogo – piuttosto rocamboleschi, in vero – per saggiare la valenza non solo delle mie parole ma tutto si è risolto in una velocissima parentesi, che ha preceduto la sua richiesta di avere il mio numero di telefono.
Fine antefatto

Nei giorni seguenti, riguardando alle scene di quella serata, ho capito di essermi sentito come un'anguria!
Sì, proprio un'anguria, una di quelle "con l'assaggio" che si vendono per strada dalle mie parti durante l'estate, una di quelle da cui si preleva un tassello per tastarne il gusto ma senza aprirla o consumarla, solo per scegliere quale comprare e gustarla a casa con tutta calma.

Altra digressione
Avendolo provato, posso affermare che sentirsi un'anguria non è particolarmente gratificante: avere il sospetto che qualcuno condizioni all'esito dell'assaggio di un "tassello" – vi prego: sobrietà! – la decisione di procurarsi il modo di rivederti, è poco lusinghiera, se speri sempre di fare colpo con l'aspetto, lo sguardo, le parole o qualche bacio.
Tuttavia, raschiando il fondo del barile della concretezza, è sempre meglio essere un'anguria appetibile che una di quelle che rimangono sul camion perché senza sapore.
Fine altra digressione

Domenica, ripensavo a questo episodio e mi chiedevo come scriverne, quando Marisa Allasio, dopo aver baciato sia Renato Salvatori sia Maurizio Arena, risponde a quest'ultimo, che cerca di farle pesare la leggerezza del suo comportamento, che lei è libera di baciare chi vuole quando vuole, prima di scegliere un fidanzato, perché: "tu non le assaggi le angurie prima di comprarle?!?"

Devo ammettere che mi sbagliavo: qualcosa dell'Italia di "Poveri ma belli" esiste ancora.


sabato, 20 giugno 2009
 

Episodio 331

Un sabato sera di qualche anno fa. Sarei dovuto uscire ma non ero particolarmente entusiasta: qualcosa non andava. Involontariamente mi sono bloccato davanti alla televisione, alternando in maniera perversa la visione di "Carramba che sorpresa!" a "C'è posta per te".
A fine serata sono andato a letto con un mal di testa furente, dopo aver pianto per lunghe ore senza potermi - e sinceramente, volermi - fermare, irrimediabilmente convinto che qualcosa non andava per il verso giusto nella mia vita in quel periodo. (In effetti, quello zapping lacrimevole, risultò rivelatore.)

A parte questa, ricordo molto bene la volta che ho pianto di più davanti alla televisione: fu guardando una scena di E.R..
All'epoca vivevo con M*** e vedere insieme le due puntate settimanali – mi sembra di ricordare, al martedì – era un rituale a cui un po' per volta ci eravamo abituati ed alla fine affezionati: io ci tenevo a quell'abituale momento di intimità, un po' da vecchie zitelle, e credo anche lei.
Però non ricordo chi di noi due mancasse la sera della messa in onda di quell'episodio. Per altro era inimmaginabile che ci perdessimo quelle puntate, così cariche di eventi, quindi l'avevamo video-registrato (oddio, sembra la preistoria!). Di fatto, quando vidi la scena in questione, ricordo che ero da solo sul divano e di certo non avrei voluto testimoni al miserrimo crollo che temevo avrei avuto (e che effettivamente, ebbi): non opposi alcuna resistenza, riuscendo anche a far tacere la parte di me che mi ripeteva che ero un coglione per il mio piangere contrito per la morte di un personaggio di fantasia.

Ho seguito le serie di E.R. per anni, anche se non dall'inizio (non ho mai subito il fascino del Dottor Ross) e con variabile dedizione. Negli ultimi anni, disorientato da una collocazione mutevole nel palinsesto, l'ho perso di vista ma, quando lo beccavo, mi appassionavo puntualmente alle ricostruzioni mediche, l'aspetto della serie che più mi affascina (credeteci, checché ne possiate pensare dopo il miserando aneddoto di me sul divano a piangere per la lettera del Dottor Greene).
Nelle ultime settimane, complice la stanchezza del venerdì sera, ho potuto vedere la serie appena conclusasi, quindicesima e – Gosh! Gulp! Gasp! – ultima! Stasera, infatti, è andato in onda l'ultimo episodio di sempre con un finale "blandamente" aperto (ma immagino che nessuno sia disposto a scommettere su eventuali possibili sviluppi) che, come c'era da aspettarsi, non mi è granché piaciuto.
Fa impressione l'idea che una cosa che ti accompagna più o meno da quindici anni non ci sarà più. Ma ce ne faremo tutti una ragione. C'è di peggio.

Però peccato: qualche personaggio mi mancherà più di altri...
... D'accordo, lo ammetto (tanto dopo "Carramba" e "C'è posta per te", è il meno): a me il Dottor Morris piace(va). Ecco: l'ho detto!


lunedì, 08 giugno 2009
 

Notte rosa (con tre strisce)

La tradizione racconta che in alcuni zone del centro storico di Timpaville, le prostitute si affacciassero alle finestre per mostrare la loro "mercanzia" e proporla agli uomini. Da qualche parte devo anche aver letto che questa pratica fosse in qualche modo incoraggiata dal democratico governo locale, anche per prevenire i comportamenti omosessuali che erano di gran moda fra gli uomini di Timpaville nel Cinquecento, quasi tutti mercanti, navigatori e teatranti.
Lasciatemelo dire: i mercanti oggi sono commessi, i navigatori solcano solo il mare virtuale di internet, teatranti lo siamo un po' tutti... ma secondo me questa idea non ha funzionato molto bene.
A dispetto di ciò, questa tradizione si è impressa nella toponomastica della città (che si contraddistingue fra tutte per la sua inutilità e per l'essere restia a celebrare personalità) che non si è fatta problemi ad accomunare, nell'elenco dei nomi dei luoghi, centinaia di Madonne alle Tette, e di assegnare ad un'intera area (per altro deliziosa e quasi segreta, per questo più preziosa) il nome gergale riservato alle prostitute.

Qualche giorno fa ho passeggiato per la città ad un orario insolito: da quando vivo nella parte moderna della città, è successo raramente che intorno a mezzanotte mi trovassi a camminare in centro storico. Eppure ho vinto la pigrizia, attirato come un fiabesco topo dal piffero magico di una "notte rosa (e con tre strisce)", in cui avrei respirato aria di internazionalità, così sinceramente rara da queste parti anche se apparentemente tanto disponibile (specie nell'ultimo weekend).
Però appena iniziato il mio cammino verso questa mecca di esterofila normale trasgressione, i miei sensi sono stati rapiti da altre lusinghe. La città era piena, eccitata, brulicante di desideri e attese. Raramente ho visto tanta gente in giro per le strade, tutta così diversa, da i soliti volti che incontri ovunque ci sia occasione di "esserci" a visi di persone palesemente al loro primo soggiorno in città. Tutti erano accomunati della aspettative che stavano salendo: lo percepivi nell'aria, potevi quasi vedere la lancetta salire lentamente e raggiungere un'indicazione sempre più alta di livello di attesa. C'era una stranissima elettricità nell'atmosfera: tutti si stavano divertendo – o per lo meno ci stavano provando con molto impegno – ma, se grandi erano i festeggiamenti, ancora di più le aspettative.
Io, camminando fra queste centinaia di volti e corpi, mi rendevo conto che, pur avendo la coscienza di chi questo rito l'ha già vissuto e quindi lo sa riconoscere, ero pienamente partecipe di questa eccitazione collettiva. Anche io, stavo camminando verso il mio sogno, dietro quel suono di piffero magico che sentivo superare sempre più distintamente il chiacchiericcio eccitato. Questa stessa eccitazione al contempo mi coinvolgeva e amplificava la mie proprie aspettative, riflesso e alimento dell'elettrica aria di desiderio che si respirava ovunque.

Io e una mia amica siamo soliti dire che Roma e Barcellona sono "puttane": ci metti piede e dopo dieci minuti ti hanno già conquistato. Per me è più vero per Roma che per il capoluogo catalano ma sostanzialmente concordo con questa teoria perché sono due città che non hanno bisogno di essere conosciute nei loro segreti per essere amate: apertamente – e forse anche un po' "volgarmente" – ti mostrano da subito tutta la loro bellezza e non puoi che innamorartene e lasciare che ti facciano loro.
Pensavo a questo e alle "tette" di cinquecento anni fa quando l'altra notte mi sono convinto che, invece, Timpaville ha imparato dalle sue prostitute a sedurre, perché mostra ciò che vuole darti, pubblicizza se stessa, ma solo se la vai a scovare. Non è sguaiata ma sa essere allusiva, lusinghiera, ti inebria di promesse e lascia che le tue aspettative crescano di momento in momento. È lei a suonare il più magico dei pifferi e a guidarti, perché ad ogni passo senti che tutto è ancora possibile, che ti saprà stupire, che alla fine ti si concederà, ti darà tutta se stessa, sarà definitivamente tua. Timpaville ti lusinga di fantasie, non ti svela davvero nulla, ti lascia immaginare fino ad inebriarti e stordirti con la promessa che tutto è possibile.

Sì, a Timpaville tutto sembra davvero possibile.
Che entri senza problemi ad una festa a cui molti altri vengono rifiutati e che quegli altri, conoscendoti, si chiedano piccati come possa essere che tu riesci a varcare quella piccola porta e loro no. E che quindi tu finisca per essere "invidiato" per aver avuto accesso in un posto surreale in cui in tanti anni non hai mai voluto metter piede perché sai che è troppo "trash", persino per te.
Che ti ritrovi a fare la coda al bar e scambiare sorrisi con il fotografo di cui un anno prima hai visto una mostra che ti ha davvero colpito, in uno dei musei che ti piacciono di più, nella città che adori più di ogni altra, ma che l'atmosfera è così leggera che non hai voglia di dirglielo e fargli i complimenti, tanto quanto lui non ha voglia che di fare quel sorriso stupido, attendendo le sue due birre.
Che la barista prosperosa, sebbene tu stia parlando e raccogliendo richieste nella tua lingua con chi ha deciso di essere tuo "amico per sempre" solo perché sei ben piazzato nella ressa davanti al cruciale "free bar", decida a tavolino che tu parli inglese e quindi ti chieda ancora in quella lingua il nome di ciò che vuoi bere, solo per confermare che anche il quinto bicchiere conterrà la stessa mistura degli altri.
Che tu ti accorga che tu e l'uomo bellissimo con cui stai chiacchierando siete sostanzialmente vestiti allo stesso modo, solo che lui risulta uno "schianto epocale" e tu sei "carino". E che quando tu realizzi questo con un certo pudore, lui ti dice di trovarti bello, e mentre lo fa sfodera uno sguardo basso e timido che non gli avevi mai visto sul volto in tutte le volte che l'hai incrociato negli ultimi anni, tutte quelle volte che lui evidentemente non ricorda perché, quando hai risposto in italiano al suo brindisi anglofono di approccio, ha acquisito un'espressione sollevata.
Che incontri e vedi esibirsi per la prima volta uno che vive da anni nella tua stessa città, ma che questo avvenga solo dopo averne sentito parlare a Francoforte da un amico che ti ha chiesto se lo conosci e l'hai mai visto sul palco, perché lui l'ha di recente invitato ad unirsi ai suoi spettacoli in discoteca.
Che tu abbia bisogno – ma questo solo il giorno dopo – di leggere sul dizionario tutte le sfumature degli aggettivi compresi fra "cute" and "gorgeous" perché, checché ne pensino la barista prosperosa e l'uomo bellissimo, il tuo inglese non è poi così raffinato.

Sì, Timpaville è una prostituta e ti fa credere che tutto è possibile – e reale – in una "notte rosa (con tre strisce)".
Ma tu la conosci bene, perché già altre volte ti ha gabbato, e immagini già che quel sogno e quelle lusinghe svaniranno con l'alba o quando i tortuosi vicoli forieri di promesse sfoceranno nella dritta strada che riconduce alla modernità e alla realtà. Lo sai bene e per questo pensi di essere immunizzato, che non ci cascherai un'altra volta e allora potrai sì godertela, ma non crederci. Ma la vecchia prostituta non vuole perdere il suo cliente, gli da tutto ma gli lascia immaginare che ci sia ancora dell'altro. Non può permettere che col realismo acquisito dalle esperienze passate, tu possa disinnescare le sue armi di seduzioni.
Allora, quando all'albeggiare stai camminando verso casa, stanchissimo, incontri proprio la persona a cui stavi pensando: lui s'è perso cercando di uscire dal labirinto dei vicoli, tu conosci molto bene la strada ma in quell'istante ripiombi nel dedalo delle possibilità, perché la prostituta sa tenere il finale aperto.


L'altra notte ho pensato che se dovessi un giorno decidere davvero di lasciare Timpaville, come ogni tanto vado dicendo, tutto questo mi mancherà: il mondo delle promesse, delle lusinghe, tutto quel mondo che svanisce ad ogni possibile alba.
E così mi sono re-innamorato di questa città.
Forse, dunque, sono davvero pronto a lasciarla ora.


martedì, 26 maggio 2009
 

Intervallo indeterminato

Succedono tante cose, ma avvengono alcune in superficie, alcune troppo in fondo. Nessuna alla profondità giusta.
E poi non c'è relazione fra gli eventi (o non riesco a vederla io?): ciascuna è un episodio compiuto in sé, o troppo ricco – abbastanza per scriverne un vero racconto – o troppo banale per farlo stare in piedi da solo (sebbene soltanto sul blog).
Facciamola breve (come ho scritto la settimana scorsa in un sms... e la sventurata rispose... ), non riesco a scriver(n)e.

Per altro non riesco a fare molte altre cose in questo periodo.
Ad esempio finire (almeno) uno dei lavori che sto cercando di portare avanti in questo periodo: in questo campo, sto arrancando dietro me stesso. Devo definitivamente prendere atto di aver detto di sì a troppa gente (intendo professionalmente... ehm... la professione ufficiale...). Oppure accettare che giugno rappresenti per molti il momento della chiusura (ma non si andava in vacanza ad agosto una volta?!?).

Tutto questo solo per dire che non sono morto e prima o poi tornerò.
Mi manca scrivere.

Intanto da domani...


lunedì, 04 maggio 2009
 

Mind the (age-)gap 2

Ci stavamo rivestendo quando mi viene voglia di fargli una domanda. Sapevo di andare incontro al rischio che mi rispondesse qualcosa di simile, ma è stato più forte di me e mi è uscita così, sprezzante del pericolo: "Quanti anni hai?"
Avevo già intuito che portava male la sua età: lo sguardo e il viso erano quelli di un giovanissimo uomo, anche se probabilmente affaticato da un lavoro pesante, lo stesso che gli avevo tornito il corpo e reso le mani due badili un po' ruvidi.
Ma 22 no! Dico: 22! Ci rendiamo conto?!?! 22!!! Stiamo esagerando!
Sto esagerando!

"Ragazzetto deciso" è l'appellativo con cui ho memorizzato sul cellulare il numero di uno di cui ho dimenticato il nome.
Sì, lo so, sono una brutta persona ma, per quanto ci abbia provato, non riesco a ricordarmelo. Così è: impiccatemi pure.
"Ragazzetto" sta per i suoi 26 anni, "deciso" perché, dalla prima volta che ci siamo incontrati, ha dimostrato di sapere quello che vuole, quando lo vede, e di fare di tutto, con abilità e testardaggine, per prenderselo. Adesso sarebbe interessato al pacchetto completo e continua, senza insistenza ma con decisione, a proporsi per la "scalata" alla quota di maggioranza. So che gli passerà.

D***: Mi spieghi come è possibile?!?
Timpa: Lo so è strano. Me ne rendo conto. Però, ti ricordi quando abbiamo cominciato ad andare in discoteca?
D***: Sì, certo.
T: Quanti anni avevamo?
D***: 22, 23... più o meno quell'età lì.
T: Ecco. Ti ricordi come guardavamo i 35enni con le tempi brizzolate.
D***: Sì.
T: Appunto: sguardo sognante e bavetta alla bocca.
D***: Delle cretine, insomma!
T: Hai reso l'idea. Solo che nel frattempo quei 35enni con le tempie brizzolate siamo diventanti noi... Anche se continuiamo ad essere delle cretine... Solo più attempate e appesantite.
D***: Ma è questa la cosa assurda! Che qualcuno mi possa guardare come io facevo al tempo con quelli.
T: Fattene una ragione. È il nostro turno.

Solo che, prima di fare anch'io parte della categoria, credevo che gli occhi di quegli ultra-trentenni potessero esprimere solo disinteresse, al più autocompiacimento, forse un po' di lusinga ma nulla più. Solo ora mi rendo conto, invece, che a volte c'è anche una velatura di ammirazione incantata per quelle bellezze spontanee, quei corpi vigorosi, quegli sguardi trasparenti.
Questo post è per N***, L***, T*** e tutti gli altri circa ventenni che osservo (anche) con tenerezza ed incanto.

Citando: "I've no plans to call on you, Clarice. The world is more interesting with you in it."


lunedì, 27 aprile 2009
 

Mind the (age-)gap 1

Ero sull'autobus all'ora di pranzo, tornando a casa da un giro che mi aveva portato fuori dallo studio del mio medico con tante di quelle impegnative da poterci giocare a carte e con il portafogli alleggerito dalla signorina Enel. In aggiunta il mio ombrello ha deciso di rompersi e, ovviamente, aveva appena ricominciato a piovere.
Come direbbe una mia amica, mi stava salendo la "cazzimma".

Per fortuna è passato l'autobus "extended version", quello snodato, perché già temevo di dovermi stipare sfidando la regola dell'impenetrabilità dei solidi. Invece sono addirittura riuscito a sedermi.
Attorno a me solo pre/pienamente/post-adolescenti con alle orecchie cuffiette i cui fili sbucavano dagli anfratti più curiosi dei loro vestiti. Lì mi sono ricordato di non aver preso il mio lettore e l'ho rimpianto perché il ragazzino accanto a me ascoltava la sua musica ad un volume tale che potevo sentirla distintamente anch'io... e non mi piaceva per niente!
Per distrarmi, osservavo un ragazzo seduto un paio di posti più in là, in direzione contraria alla mia: avrà avuto 17 anni e valutavo che, quando sarà cresciuto attorno al suo enorme naso puberale, diventerà un bel giovane uomo, perché già ne mostra tutti i presupposti.

Proprio in quel momento, quello che di fatto ora è un ragazzino molto allungato con una abnorme escrescenza al centro del volto, cerca di attirare l'attenzione del futuro audioleso che mi sedeva accanto.
Ragazzino Allungato: Ciao!
Futuro Audioleso: Ciao!
RA: Ma tu stamattina eri sull'autobus con una moretta piccolina?
FA: Sì.
RA: Ce l'hai il numero di cellulare?
FA: Sì.
RA: Me lo dai?
FA, dopo un nanosecondo di riflessione e già sorridendo ironico: Sì, ma non dirle che te l'ho dato io.
RA: No, figurati!
Intanto il FA sta armeggiando per recuperare il cellulare in tasca e il RA lo interrompe, con tono un po' preoccupato: Ma quanti anni ha?
FA: 15.
RA: È del '93?
FA: No, del '94.
RA, un po' deluso: È un po' piccola...
RA, dopo meno di mezzo nanosecondo di riflessione e con fare ansioso: Vabbé, dammelo lo stesso.
FA: 329...
RA, con aria da uomo navigato: Ma sai, non è per me... ha 15 anni... è piccola!
FA: ...857...
RA: Oh! Ma non dirle che me l'hai dato.
FA: No, appunto. Non dirlo nemmeno tu. Ah, si chiama E***.
RA, con un tono da vero eroe romantico: Lo so già!
FA: E ha il moroso.
Lì mi è parso di sentire un suono come di palline rimbalzanti per l'autobus ma sono dovuto scendere e non ho potuto controllare cosa fossero.

Non sapevo se deprecare la loro codardia, essere intenerito dalla goffaggine, stigmatizzare il comportamento o sorridere dell'episodio.
Ho sorriso intenerito. Sto invecchiando.


giovedì, 23 aprile 2009
 

All'adorabile Tina

Ho appena ricevuto (per ben due volte, per altro) nella mia casella privata di posta su Splinder il seguente messaggio dall'adorabile Tina.


Da: lovingtina
Oggetto: tina_oneil2@***.com
Data: 23 Aprile, 2009 - 14:40
Ciao, Il mio nome è Tina, io sono una ragazza (mai sposata). Sono qui in cerca di un onesto uomo per amicizia (datazione). Sono felice dopo aver attraversato il tuo profilo, mi interessa di incontrarmi con voi. Ti preghiamo di non rispondere in loco, in contatto con me al seguente indirizzo: (tina_oneil2@***.com)
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Hello,
My name is Tina, I am a girl (never married). I am here in search of an honest man for friendship (dating). I am happy after going through your profile, I am interested to meet you. Please do not reply on-site, contact me at:(tina_oneil2@***.com)


Adorabile Tina, appari veramente dolce oltre che animata dalle migliori intenzioni, ed io ti ringrazio moltissimo per aver "attraversato" il mio profilo personale: non sono molte le persone che possono dire di averlo fatto eppure io - insensibile - non me ne sono neppure accorto.

Purtroppo al momento non sono interessato ad un'amicizia e tanto meno a una datazione (perché il Carbonio-14 mi risulta pesantemente indigesto, oltre che vagamente radiottivo) con te, adorabile Tina.
Per altro temo che la mia decisione non potrà cambiare col tempo. Perdonami ma è proprio una scelta dovuta a "gusti personali", "inclinazioni", "tendenze", "opzioni"...
Lascio a te, adorabile Tina, la scelta del nome da dare a questa realtà che forse ti apparirà dura ma io - scusami se sono così diretto, adorabile Tina, ma è solo per non farti soffrire di più - con te non mi ci vedo proprio: io non voglio proprio avere una relazione con un traduttore automatico (magari non automatico... se ne potrebbe parlare...).

Nel solo intento di divulgare la tua istanza di nuove conoscenze e la tua ricerca di amicizia, adorabile Tina, mi permetto di pubblicare il tuo messaggio, sperando di non urtare la tua sensibilità: la mia unica speranza nel farlo, è che tu presto incontri un uomo degno più di me delle tue qualità, onesto come chiedi - e quanto forse io non sono - e interessato al tuo ammirevole eloquio molto pudico (seppur velatamente ammiccante).

Se puoi, non mi odiare per questo mio rifiuto. Ti auguro ogni bene, adorabile Tina!
postato da tonline | 16:40 | commenti (10)
amori, comunicazioni


giovedì, 16 aprile 2009
 

To T***

Yes, you're right: so many information you can not accede to.
I’m sorry for this! You already know.

But, trust me, you don’t need to understand all of this. These are just facts, thoughts, feelings, funny or sad stories, short – whenever?!? – notes. All these are important most of all for me, as a diary, a collection of memories, a register for a path.

You don’t need to know everything to be close to me.
You already are there, because you have free and speechless access to emotions.

Timpa L***
postato da tonline | 09:26 | commenti (6)
amori


venerdì, 10 aprile 2009
 

11.09.08 | 08.04.09

Sette mesi circa, una via sconosciuta, una familiarità acquisita; prima il caffè al bar, poi un bicchiere d'acqua; tanto impegno, a volte quasi fatica; innumerevoli sorprese, implicazioni inattese, intuizioni illuminanti; chiacchierate nel vuoto, giramenti di testa; crisi, cambiamento, rinascita.
È partito tutto da lì e da lì sento che sta iniziando anche la fine.

chiudere il cerchio
La forma è sempre quella - perfetta - ma ora mette meno angoscia.


sabato, 04 aprile 2009
 

Travestimento imperfetto

Ho la fortuna di potermi vestire in maniera molto informale quando vado al lavoro ma ci sono giorni in cui devo essere un po' più sobrio: sono i giorni in cui dico che mi "(tra-)vesto da persona seria". In genere la decisione implica che indossi una camicia, dei pantaloni meno sportivi e scarpe normali invece di sneakers (unica trasgressione concessa a questa regola: le pelotas Camper).

Ieri era un giorno normale ma dovevo parlare con una persona a cui avrei voluto comunicare col mio aspetto di essere affidabile ed indaffarato ma ancora giovane e disponibile, "adulto ma non troppo" direi.
Ho dunque optato per un look informale ma con qualche cura vezzosa: maglia girocollo nera di leggera lana pettinata, pantaloni in cotone in principe di Galles grigio e nero con sottile riga blu, Adidas in pelle scamosciata nera e tessuto principe di Galles bianco e nero con (un po' meno) sottile riga blu.
Su questo ho indossato il mio giubbottino antivento arancio e caricato a tracolla una prima borsa arancio porta computer ed una seconda borsa nera porta documenti.
Mediamente contento della scelta, fresco e fiducioso nei possibili risvolti di una giornata incasinatissima ma promettente, sono uscito di casa.

Mi dirigo verso la fermata dell'autobus. Attraversata la strada, mi avvicino al marciapiede su cui sta solo un signore che mi guarda dritto negli occhi: lui avrà un po' più di cinquanta anni, lineamenti vagamente mediorientali e capelli vistosamente tinti di nero corvino.
Mi aggiro intorno alla fermata passeggiando: il suo sguardo mi aveva messo a disagio. Ogni tanto guardo ancora verso di lui e lo scorgo a fissarmi.
Nel mio inquieto muovermi, mi chiudo in una strettoia fra la pensilina d'attesa ed un'aiuola, costringendomi ad avvicinarmi al signore, il quale coglie l'occasione per fissarmi dritto in viso ancora una volta e chiedermi diretto:
"Sei un idraulico?"
Io, trasecolo e rispondo solo: "No.
L'autobus pochi secondi dopo è giunto a separarci.

Mi chiedo ancora quale sia stata la scelta sbagliata nel mio abbigliamento di ieri.
Ma quando succedono queste cose mi dico anche che la vita è straordinaria.
postato da tonline | 13:30 | commenti (20)
aneddoti, leggerezze